I MIEI COMPLIMENTI AL DIRETTORE per questa perfetta descrizione della categoria.
Ricordo spesso l’affermazione del Presidente della Confcommercio Imprese per l’Italia Carlo Sangalli «la luce di una “bottega” è una luce della città e, quando questa si spegne, muore un pezzo di via e si lascia spazio alla microcriminalità».
Da qui è facile intuire come il commercio rappresenti un anche ruolo sociale, una considerazione questa diventata però sterile ai nostri giorni perché la categoria dei commercianti da molti viene ritenuta marginale, parassitaria, bypassabile ed interessante da citare nei salotti televisivi quali elemento portante dell’evasione fiscale.Il concreto rischio che ritengo oggi corre la categoria è quello di vedere trasformato il negoziante in un oggetto complementare dell’arredo urbano e non una componente fondamentale strategica di quell’economia diffusa formata da tante piccolissime imprese da sempre impegnate nell’ offrire il loro prezioso servizio alla comunità.
Parlare di commercio e comprenderne il vero valore intrinseco non è da tutti, ma soprattutto non è per tutti, fanno fatica a capire i politici, i funzionari pubblici, i dirigenti ed a volte anche i giornalisti.
Quando un commerciante espone i suoi problemi o le sue rivendicazioni nella migliore delle ipotesi trova cenni di assenso con la testa, ma spesso ritengo sia più per compassione che non per aver capito il vero senso di quello che si è affermato.
Ritengo che nel modo di pensare della maggioranza della gente vige il retro pensiero che le problematiche siano pura invenzione e che la verità risieda nel fatto che ogni mattina nei negozi si possa aprire il rubinetto e far sgorgare soldi a non finire.
La società attuale stenta a comprendere l’imprenditore commerciale, lo ritengono furbo, “scafato” difficilmente lo stimano come un professionista del suo settore.
Manca una reale presa di coscienza da parte del mondo della politica ed anche noi, uomini di Associazione, spesso sbattiamo la faccia contro un “muro di gomma”.



